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Curaro
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mwbgCuraro è il nome comune di numerosi estratti mwbwalcaloidi di cui il principale è la mwcatubocurarina preparati a partire da diverse piante della mwcqforesta amazzonica, utilizzati originariamente dagli mwcgindigeni sudamericani come mwcwveleno da mwdafreccia per la mwdqcaccia e in seguito utilizzati come modelli per lo sviluppo di farmaci mwdgbloccanti neuromuscolari utilizzati principalmente in campo mwdwanestesiologico.

Contents

Storia
Note

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Storia

Nel mwgaXVI secolo gli esploratori occidentali osservarono gli indigeni delle zone del mwgqPerù, mwggBrasile, mwgwEcuador e mwhaColombia usare un veleno da freccia chiamato mwhqcurari o mwhgurari (che in lingua locale significa appunto mwhwveleno), in grado di uccidere animali e uomini in pochi minuti, anche solo dopo una ferita superficiale. Il veleno può essere usato per la caccia perché, mortale quando penetra direttamente nel torrente ematico, per mwiavia orale non viene assorbito.

Le prime notizie di questa sostanza in Europa si hanno nel mwig1516 e sono contenute in alcune lettere a Giovanni de' Medici da parte di mwiwPietro Martire d'Anghiera; fu portato per la prima volta in Europa da mwjaCharles Marie de La Condamine nel mwjq1736.

È solo nel mwjwXIX secolo che la preparazione del curaro fu descritta in maniera dettagliata ed esatta, da parte dei grandi esploratori mwkaAlexander von Humboldt e mwkqAimé Bonpland: il curaro viene preparato a partire da mwkgmwkwChondrodendron tomentosum, mwlaabuta e mwlgcurarea (tutte mwmaliane), mescolate a volte con mwmqmwmgStrychnos. Le cortecce vengono grattate e poste in una foglia messa a guisa di imbuto, appesa a due lance; acqua fredda viene versata nell'imbuto e fatta percolare, il liquido scuro gocciola e viene raccolto in un recipiente di mwmwceramica. Il liquido raccolto viene portato all'mwnaebollizione varie volte per farlo schiumare, fino a che non si addensa lentamente; il liquido viene raffreddato e quindi scaldato un'ultima volta, fino a che non si forma uno strato vischioso che viene rimosso. Le punte delle frecce vengono bagnate nel liquido ed essiccate al fuoco.

Gli indigeni parlavano di "curaro un albero", "curaro due alberi" e "curaro tre alberi" per distinguere il curaro potente (una scimmia avvelenata può solo compiere un balzo da un albero ad un altro) e quello meno potente (la scimmia può saltare fino a tre alberi); la parola esatta che usavano per il curaro, infatti, era mwngurari, che significa "chi lo riceve cade".cite-ref-1[1]

Ciò che più colpisce di questa preparazione è il fatto che i popoli cacciatori fossero riusciti a distinguere fra l'efficacia del veleno attraverso le lesioni e la sua innocuità per ingestione, capendo che era possibile utilizzarlo per la caccia.

Nel mwpq1820 mwpgCharles Waterton comprese il meccanismo d'azione del curaro: sperimentò infatti il veleno su una mula che finì in morte apparente per poi venire rianimata grazie alla mwpwventilazione artificiale. La pianta agisce quindi sulla mwqarespirazione, bloccandola e provocando la morte per mwqqasfissia. Nel mwqg1844 il grande fisiologo francese mwqwClaude Bernard conferma che il curaro agisce bloccando la trasmissione nervosa alla muscolaturacite-ref-2[2].

Note

cite-note-11. Joe Schwarcz, mwtgCome si sbriciola un biscotto?, pag. 144.
cite-note-22. mwugSilvia Bencivelli,mwuwEroica, folle e visionaria - Storie di medicina spericolata, pag. 113 mwvaCuraro, Bollati Boringhieri mwvq, 2023, ISBN 978-8833941745

Bibliografia

• Jean De Maleissye, mwwgStoria dei veleni. Da Socrate ai giorni nostri, Bologna, Odoya, 2008 ISBN 978-88-6288-019-0.

Voci correlate
Altri progetti

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• Wikizionario
• Wikimedia Commons

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Collegamenti esterni

• citerefbritannica-com(EN) curare, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc.